Sea Watch 3 and European Rights adrift

The grave case of the ship Sea Watch 3, which has been denied access to Italian ports after rescuing 42 migrants at sea and waiting for more than 14 days between Libya and Sicily for more than 14 days, is the case of fundmental rights in Europe.

Maritime laws requires the rescue of those in danger at sea through the identification of a place of safety.

 

The European Convention on Human Rights prohibits collective expulsions and inhuman and degrading treatment.

 

The Convention on the status of refugees imposes the principle of non-refoulement to a place where the person would be at risk of persecution.

 

The Universal Declaration of Human Rights states that everyone has the right to leave a country.

All these international treaties and conventions are violated for political interest.

In this case as in many other cases, people, at risk of dying at sea, escaping from war and Libyan concentration camps, are used as pawns in political negotiations and as instruments of propaganda.

By denying the landing in the port of Lampedusa, the Italian government violates these conventions and the rights of people; turning to the other side, the European governments and the European Union itself violate those conventions and the rights of those people.

The European Court of Human Rights, by not applying precautionary measures, is not justifying this situation,it is merely saying that it was not certain if  Italian jurisdiction was applicable because the Sea Watch 3 was still in international waters. Furthermore it decided there was no imminent danger to the lives of the people. Whether this decision is correct or not, it does not state that it is permissible to leave them at sea. Nor does it say that the Italian Minister of the Interior is right when he states that Lybia is a safe haven. The reports of all international organizations and UNHCR have long established that migrants in Libya are locked up in real concentration camps, tortured, mistreated, killed.

One day there will be a Nuremberg of the Sea, which will condemn those who today refused to help and legitimized torture in Libya, but we can not wait for this day.

As lawyers and as jurists, we strongly demand that human rights, the principles of international law and law be restored as soon as possible in Europe and in each of its Member States.

We demand

 

that Sea Watch and all ships working to save lives from shipwrecks and avoiding that migrants return  to Libya,

 

that shipwrecked people be allowed to go ashore and seek protection in Europe,

 

that it be recognised that those who save migrants at sea obey the rules of the natural right of solidarity, and  have committed no crime.

 

Il caso della Sea Watch 3 e la deriva dei diritti in Europa

 

Il gravissimo caso della nave Sea Watch 3, da oltre 14 giorni in mare tra la Libia e la Sicilia dopo aver salvato 42 migranti, alla quale è negato l’approdo nei porti italiani, ci interroga sul rispetto dei diritti fondamentali in Europa.

Il diritto del mare che obbliga al salvataggio di chi è in pericolo in mare e all’individuazione il più preso possibile di un place of safety, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che vieta le espulsioni collettive e i trattamenti inumani e degradanti, la Convenzione sullo status dei rifugiati che impone il principio di non refoulement verso un luogo ove la persona sarebbe a rischio di persecuzione, la stessa Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che sancisce che ogni individuo ha diritto a lasciare qualunque paese, sono calpestate per interessi politici e propagandistici.

In questo come in molti altri casi persone che rischiavano di morire in mare, fuggite dalla guerra e dai campi di concentramento libici, sono usate come pedine di trattative politiche e come strumenti di propaganda.

Negando l’approdo nel porto di Lampedusa il Governo italiano viola quelle convenzioni ed i diritti di quelle persone; girandosi dall’altra parte i Governi europei e la stessa Unione Europea violano quelle convenzioni e i diritti di quelle persone.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non applicando misure cautelari, non giustifica tutto questo: essa si limita a dire che non vi è certezza della giurisdizione italiana sulla situazione in cui si trovava la nave (con una decisione presa quando la Sea Watch era in acque internazionali) e che non vi sarebbe un pericolo imminente per la vita di quelle persone. Corretta o meno che sia questa decisione, non dice che è lecito lasciarli in mare. Tantomeno dice che ha ragione il Ministro dell’Interno italiano, quando dice che un porto sicuro c’era ed era in Libia. I rapporti di tutte le organizzazioni internazionali e dell’UNHCR hannno da tempo accertato che in Libia i migranti sono rinchiusi in veri campi di concentramento, sottoposti a torture, maltrattamenti, uccisi.

Ci sarà un giorno una Norimberga del mare, che condannerà chi oggi ha rifiutato aiuto e ha legittimato le torture in Libia; ma non possiamo aspettare questo giorno.

Come avvocati e come giuristi chiediamo con forza che venga rispristinato al più presto in Europa e in ognuno degli Stati membri il rispetto diritti umani, dei principi del diritto internazionale, del Diritto.

Chiediamo che venga autorizzato l’approdo della Sea Watch e di tutte le navi che operano per salvare le vite umane dai naufragi e dal rischio di respingimento in Libia, che venga concesso ai naufraghi di scendere a terra e di chiedere protezione in Europa, che venga riconosciuto che chi li ha salvato ha obbedito alle regole del diritto naturale della solidarietà, e non ha commesso alcun reato.

 

 

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